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Tecnologia e medicina

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Le bande elastiche, chiamati anche body band o semplicemente elastici, presentano i medesimi punti a favore rispetto all’allenamento effettuato con i pesi e a quello isometrico, e uno in più. Infatti, per chi ha necessità di utilizzarli, magari dopo un intervento a carico dei tendini o della muscolatura di uno o più arti, viene richiesto uno sforzo decisamente minore in confronto a quello che occorrerebbe per sollevare un manubrio o un bilanciere.

Ciò è possibile poiché gli elastici sono realizzati con tubolari o strisce di materiale elastico – appunto – e allungabile, con una peculiarità che li inquadra come particolarmente adeguati in caso di ripristino graduale dell’attività muscolare: presentano infatti una resistenza progressiva, il che li rende più soft all’inizio del movimento, per poi irrigidirsi a mano a mano che lo sforzo dei muscoli impiegati si intensifica.

In questo modo è possibile eseguire gli stessi esercizi che si potrebbero fare con i pesi, come vari esercizi per adduttori e abduttori delle cosce, le distensioni delle gambe simili agli squat o curl e rematori con i manubri, fino al plank per gli addominali. Un indubbio vantaggio, tale da farli risultare un attrezzo imprescindibile anche per l’allenamento a casa in caso di riabilitazione a breve termine o permanente, ma anche per chi ha in mente di iniziare o di riprendere un allenamento mirato alla tonificazione e allo sviluppo muscolare, senza incorrere in pericolosi infortuni o infiammazioni da sovraccarico per muscoli e tendini.

Ultimi ma non meno importanti sono i fattori spesa e ingombro: le bande elastiche sono acquistabili a prezzi davvero economici e, occupando un posto irrisorio nella vostra sacca, permettono di potersi esercitare praticamente dappertutto. Tra gli spazi di casa o quelli della palestra fino alle attività a corpo libero all’aperto, avrete bisogno soltanto di un supporto a cui fissarli per potervi dedicare ai vostri esercizi in totale tranquillità.

I “nutrienti positivi”, come vengono chiamati, possono impattare positivamente sulla qualità della nostra vita e sullo stato di molti dei nostri organi interni. 

A parlarne è il Dott. Giovanni Scapagnini, medico e neuroscienziato docente di biochimica clinica all’Università del Molise, che dichiara: “Nel regno vegetale esistono migliaia di composti dotati di attività nutrizionale positiva. La ricerca scientifica si concentra soprattutto sullo studio delle malattie e dei malati al fine di scoprire cure e terapie per sconfiggere le cause della patologia.  Ma in biogerontologia studiare i sani e soprattutto gli individui che hanno raggiunto età eccezionali in ottimo stato di salute, come nel caso dei supercentenari, rappresenta un approccio scientifico molto più utile per comprendere gli elementi ambientali e genetici collegabili all’ottenimento di un invecchiamento di successo.”

Scapagnini prosegue affermando: “Tra le variabili ambientali più rilevanti nel condizionare la qualità della salute e dell’invecchiamento vi è senza dubbio l’alimentazione. In nutrizione, l’approccio in positivo ha da decenni dato dimostrazioni solide, da cui sono scaturite raccomandazioni e indicazioni incluse nelle linee guida a livello internazionale. Si pensi per esempio agli omega 3, acidi grassi polinsaturi, fondamentali dalla vita fetale in poi per lo sviluppo e la salute del sistema nervoso e di quello vascolare“. In particolare, osservando gli effetti dell’acido docosaesaenoico, un particolare tipo di omega 3 a catena lunga, si riscontra la sua presenza come componente presente in maggior quantità nelle membrane cellulari dei neuroni.

Un altro componente strettamente consigliato dal professore sono i polifenoli, in quanto: “comprendono un ampio gruppo di sostanze che include i flavonoidi, gli isoflavoni, gli acidi fenolici, le proantocianidine, i tannini e i lignani. Nell’uomo, frutta e verdura rappresentano la principale fonte alimentare di questi composti. Anche se non servono a produrre energia o strutture, una volta assimilati con il cibo i polifenoli sono in grado di interagire con la nostra biochimica, attivando e regolando numerosi aspetti funzionali“.

Ogni anno più di un milione di italiani viene colpito da carcinomi cutanei o altre forme precancerose, come la malattia di Bowen, le cheratosi attiniche e i carcinomi basocellulari. Per contrastare la diffusione di queste patologie, si sta sviluppando una metodica non invasiva che combatte direttamente le cellule tumorali bersaglio: parliamo della terapia fotodinamica.

Questo trattamento innovativo consente al paziente di potersi trattare con una frequenza più bassa e una intensità più moderata rispetto alle cure tradizionali, e sembra dare risultati molto soddisfacenti anche in altre condizioni dermatologiche. Piergiacomo Calzavara Pinton, Presidente SIDeMaST – Società Italiana di Dermatologia e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, spiega: “Esistono diversi trattamenti per eliminare le cheratosi attiniche, quali terapie ablative, trattamenti farmacologici topici e la terapia fotodinamica. Le terapie ablative consentono di trattare solo le lesioni visibili, mentre gli altri due approcci consentono di trattare anche la cute circostante, prevenendo l’insorgenza di nuove lesioni o di recidive. Di recente, oltre alla terapia fotodinamica convenzionale è disponibile anche la terapia fotodinamica in daylight, che offre un’efficacia simile nel trattamento delle cheratosi, ma con maggiori vantaggi. La terapia fotodinamica in daylight consente una migliore esperienza di trattamento, secondo quanto dichiarato da chi l’ha già provata. Le sessioni risultano infatti più brevi, il dolore associato al trattamento è quasi assente o lieve e ha minori effetti collaterali rispetto alla terapia convenzionale, con una maggiore soddisfazione e aderenza al trattamento”.

Magda Belmontesi, dermatologa e docente della Scuola Superiore di Medicina Estetica Agorà di Milano, aggiunge: “Risultati promettenti sono stati infatti ottenuti nella cura dell’acne volgare da moderata a grave e nuove applicazioni si stanno affacciando nel campo estetico, ad esempio per migliorare la texture cutanea, l’appianamento delle rughe e lo schiarimento delle macchie della pelle dovute a prolungate esposizioni solari, oltre che nel miglioramento della compattezza e dell’elastosi cutanea grazie agli effetti di rimodellamento del derma”.

Da uno studio effettuato dall’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano su 6250 adulti italiani in merito a un loro consumo di alcolici, 3 su 4 ne assumerebbero regolarmente, con una media di 10,2 g al giorno. I dati evidenziano però che una persona su cinque inizierebbe a bere con una certa frequenza già prima di compiere i 21 anni, in particolar modo per il genere maschile.

“L’utilizzo dell’alcool è un fattore di rischio per moltissime patologie” sostiene la dott.ssa Michela Barichella, Presidente di Brain and Malnutrition Association e membro del Comitato scientifico Osservatorio Nutrizionale Grana Padano “e può compromettere la ‘maturazione’ del cervello, soprattutto in quelle aree coinvolte nel controllo degli impulsi. In adolescenza la maturazione del cervello non è completa, vi sono aree come quella limbica che matura dopo i 20 anni. Ecco perché in alcuni Paesi, per esempio negli Stati Uniti, si pone il divieto di utilizzo degli alcolici sotto i 21 anni”.

Per questo è importante compiere una manovra di forte prevenzione e informazione, dal momento che i danni per un abuso di alcol sono a tutt’oggi eccessivamente sottovalutati. Numerosi gli organi che possono essere coinvolti in serie conseguenze per colpa di una condotta errata a riguardo, tra cui cavo orale, gola, fegato, apparato gastrointestinale e cardiovascolare e cervello: a questo proposito si sono riscontrate calo della libido, maggior rischio di ictus e squilibri della sessualità. Altre patologie possibili sono impotenza, infertilità, obesità, ipertensione, malnutrizione e cardiopatie, oltre a causare un peggiore funzionamento del sistema immunitario e una predisposizione allo sviluppo di tumori

Inoltre non va mai dimenticato che l’alcol, se assunto in quantità eccessive, può portare ad alterazioni delle funzioni cognitive, a un minore assorbimento di vitamina A, D ed E e che in gravidanza può causare problemi al feto.

Come monitorarsi costantemente in modo pratico ed efficace.

wearable sono a tutti gli effetti entrati a far parte della nostra routine: spesso si vedono al polso di molte persone, magari durante una sessione di attività sportiva, per constatare le pulsazioni del cuore o la qualità del proprio sonno. Questo poiché sempre più pazienti sono interessati a poter tenere sotto controllo il proprio stato di salute.

In una ricerca che ha coinvolto 1000 consumatori, si è riscontrato che le organizzazioni sanitarie (compresi ospedali, aziende cliniche e altre  impiegate nel settore dell’assicurazione sanitaria) sono la fonte da cui, più di ogni altra, provengono i suggerimenti di acquisto per oggetti wearable diretti alla propria clientela.

Se da un lato le organizzazioni sanitarie si sono significativamente aperte al potenziale dei wearable, è ormai evidente che siano necessarie maggiori sinergie con le aziende tecnologiche al fine di creare soluzioni efficaci per stabilire una sempre maggiore comunicazione con il paziente, che porti all’offerta dei migliori servizi possibili.

Questi dispositivi possiedono sensori che raccolgono dati grezzi archiviati successivamente in un database, o in applicazioni software di analisi, che li elaborano per sottoporli a varie indagini fruibili anche da parte del personale medico. In questo caso si parla di monitoraggio remoto dei pazienti, che in assenza di tecnologia viene normalmente effettuato a cadenza di 4/8 ore, intervallo poco affidabile per pazienti che necessitano di attenzione più costante, ma che si riduce al minimo in presenza di dispositivi indossati dal soggetto in cura.

I  wearable hanno innumerevoli capacità di interazione e possiamo verificarlo comparando tutte le offerte presenti al momento sul mercato. Gli smart glass, ad esempio, sfruttano la tecnologia della realtà aumentata insieme a quella della realtà affiancata: sono device che presentano molteplici ambiti di applicazione, come ad esempio la formazione in sala operatoria o il Medical Training. 

Altri dispositivi ormai comunemente utilizzati sono i patch, applicati sulla pelle, i sensori posizionati sotto il materasso in caso di pazienti costretti a letto da patologie croniche, i guanti per pazienti colpiti da ictus (o da ferite muscolo-scheletriche/neurologiche), che consentono di recuperare pian piano il controllo dell’arto interessato.

Non più solo camminate o pedalate per sostituire gli spostamenti in auto. Oggi si parla di skateboard, hoverboard e monocicli elettrici, tra i più giovani ma non solo. E’ sempre più frequente infatti vedere persone che imbracciano questi modelli un po’ avveniristici alla discesa di treni o metro, tram o autobus per raggiungere le loro destinazioni finali o anche solo per facilitare gli spostamenti intermedi.

Il modello più diffuso al momento per la resa delle sue prestazioni è il Segway Ninebot: si sblocca con una app e può raggiungere i 24 km orari. Ma se il suo acquisto per alcune tasche può diventare un po’ impegnativo – costa infatti più o meno quanto un’auto di seconda mano, sul mercato ci sono modelli comunque interessanti e dai prezzi più accessibili. 

L’R1 Monorover può disporre di due piccole ruote in più che consentono anche a chi è alle prime armi con questo tipo di veicoli di non perdere l’equilibrio, sebbene sia sconsigliato il suo uso sul bagnato. L’Agilo Duo si distingue per una maggiore stabilità, grazie alla coppia di ruote già presente, essendo un doppio monociclo, e per consentire non solo il movimento ma anche la sosta. Il Wheelo Bit, invece, è un modello ibrido, essendo concepito come una via di mezzo tra un monopattino elettrico e un monociclo: è dotato di un manubrio particolare che permette di spostarsi per 50 km in autonomia e anche su strade che toccano il 30% di pendenza – il che lo rende utilizzabile anche in strade di collina e montagna.

Questo nuova concezione di movimento sta talmente prendendo piede che si stanno rapidamente creando siti e community pensati ad hoc per chi vuole avvicinarsi a una nuova esperienza o condividere recensioni e suggerimenti. Tutto a vantaggio del pianeta, a dimostrazione che la fantascienza non è poi così distante dalla realtà.

Il fumo di tabacco è la principale causa del cancro ai polmoni, stimato come responsabile principale dell’85-90% di tutti i casi di malattia, anche in caso di fumo passivo. Dati allarmanti, che l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità, ha deciso di utilizzare per lanciare lo slogan correlato alla ricorrenza del World No Tobacco Day 2019, ovvero “Don’t let tobacco take your breath away” – Non lasciare che il tabacco ti tolga il respiro. 

E può farlo anche non solo a livello metaforico: le patologie più frequenti causate dalla dipendenza sono la broncopneumopatia cronica ostruttiva e il già citato tumore ai polmoni, ma anche la broncholite respiratoria, istiocitosi polmonare a cellule di Langherhans e la fibrosi polmonare idiopatica. Effetti molto preoccupanti sono riscontrabili anche per feti esposti al tabacco: all’interno dell’utero i piccoli sono molto più soggetti ad asma, bronchiti, polmoniti e infezioni respiratorie croniche, nonché a una funzionalità più limitata dei polmoni dopo la nascita.

Molti di questi problemi di salute potrebbero essere scongiurati smettendo di fumare, ma come è possibile incentivare questo buon comportamento? La Fondazione Umberto Veronesi si è prodigata per stilare un’indagine nazionale che avrebbe valutato la spesa italiana per le sigarette e studiando l’effetto dell’aumento del costo delle sigarette sul comportamento dei fumatori. Si è riscontrato che un fumatore su tre spende più di cento euro al mese, ma quasi la metà del totale abbandonerebbe le sigarette se il loro prezzo dovesse raddoppiare, mentre la quasi totalità utilizzerebbe quel denaro – a quel punto, risparmiato – investendolo in una vacanza.

Per Giovanni Fattore, ordinario di scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi, “questo aumento salverebbe migliaia di vite all’anno, consentendo notevoli risparmi di spesa sanitaria. Al tempo stesso, però, peserebbe di più sui fumatori con reddito basso che non riescono a smettere. Per correggere questo aspetto, si può prevedere che l’intero gettito venga re-investito in iniziative per favorire una società senza fumo, aiutando concretamente con servizi e terapie i fumatori”.

L’India, al giorno d’oggi, è uno dei Paesi in cui si produce ed esporta una delle più grandi quantità di cotone presenti sul mercato – per un totale di 7 milioni e mezzo di lotti da più di due quintali l’uno all’anno. La riuscita di tutto ciò si deve perlopiù alle risorse impiegate, che sono molto costose: per ottenere un chilo di cotone si può infatti avere bisogno fino a 9000 litri d’acqua – da ricerche effettuate dalla Water Footprint of Modern Consumer Society; in una terra come quella dell’India, purtroppo questo porta la popolazione a grosse deprivazioni, in quanto 100 milioni di persone non possono attingere all’acqua potabile, con cifre che aumentano se si considerano acque contaminate o che si disperdono troppo in fretta per essere consumate.

La soluzione, recentemente, sembra iniziare a provenire dalle banane di cui l’India è altrettanto produttrice, poiché un loro scarto potrebbe diventare presto una risorsa: durante il periodo della raccolta dei frutti, il pseudofusto, ovvero la parte a cui si “attaccano” i caschi di banane, deve essere potata per permetterne la ricrescita l’anno successivo. Questa pratica richiede un costo da sostenere da parte degli abitanti che viene in parte sprecato, ma l’Università di Lucerna ha prelevato dei campioni sul posto riportandoli in Europa per poterli lavorare e analizzare. Tina Moor, responsabile del progetto, ne ha illustrato gli obiettivi a swissinfo.ch, sito web di notizie della radio televisione svizzera: ” La principale caratteristica che favorisce la vendita è che a differenza del cotone la fibra di banana è un prodotto di scarto. L’obiettivo è di realizzare dei prototipi di tessili da mostrare alle aziende e per generare interesse“.

Il lavoro sviluppato ha consentito di ricavare filati di qualità, morbidi e dalla buona resa di tintura; queste parti potrebbero essere destinate all’abbigliamento, mentre quelle più ruvide convertite in materiale industriale per telai, rivestimenti o tappeti. Le conoscenze ottenute, secondo Moor e il suo team, potrebbero essere poi devolute direttamente alla popolazione indiana, a vantaggio dei locali e di tutto il pianeta.

La coppetta mestruale è sicuramente un’alternativa considerevole rispetto agli assorbenti tradizionali, anche se non molto utilizzata ancora rispetto alla totalità della popolazione femminile. Alcune hanno dubbi persino su cosa sia, ma si tratta semplicemente di un piccolo contenitore in silicone morbido o termoplastica, da inserire all’interno della cavità vaginale: in questo modo raccoglie il sangue, che va svuotato con regolarità nel water. 

Sicuramente consigliabile alle donne che hanno una sufficiente familiarità con il proprio corpo, la coppetta mestruale offre vantaggi non indifferenti:

  • minore percezione di perdite e odori
  • minore necessità di cambi, se si pensa che, a differenza dei normali tamponi o assorbenti, la tenuta vale fino a una media di 4/8 ore, a dispetto delle tradizionali 2/3
  • minor fastidio, dal momento che la coppetta non provoca secchezza, ed essendo molto morbida si adatta facilmente al corpo, senza provocare disturbi
  • una maggiore discrezione, poiché nessuna parte della coppetta fuoriesce dal corpo quando è ben inserita
  • risparmio (costo di circa 3 euro all’anno, per un prodotto che può durare fino a 10 anni);
  • minor impatto ambientale (è attualmente il prodotto più sostenibile, poiché si svuota, lava e riutilizza in modo pratico, veloce e sicuro).
  • Inoltre, non bisogna dimenticare che spesso i tradizionali assorbenti usa e getta e i tamponi possono provocare allergie, poiché sbiancati con sostanze apposite e spesso contenenti percentuali di prodotti derivati dal petrolio. La coppetta, invece, riduce al minimo il problema della sensibilizzazione.

In commercio si trovano 2 taglie a seconda dell’abbondanza del flusso, dell’età e se si hanno avuto figli.

Con un po’ di accortezza (lavare le mani e tenere le unghie curate durante il periodo di utilizzo, sterilizzazione del prodotto ogni mese in acqua bollente) può diventare un’ottima alleata durante il ciclo. Si può inoltre utilizzare anche di notte e per fare sport in totale comodità. 

La Centella Asiatica si presta a numerose utilizzazioni, soprattutto nel campo delle cure dermatologiche e contro la ritenzione idrica. Originaria dell’India e molto diffusa nei Paesi dal clima tropicale e subtropicale come Cina, Indonesia, Madagascar, Australia e Africa Meridionale, la Centella viene chiamata anche Gotu Kola, “Tigre del prato” o “Erba della tigre”, poiché molti animali selvatici si rotolano sul suo fogliame in caso di escoriazioni, per lenire le proprie ferite ed è stato dimostrata questa utilità anche sulla pelle dell’uomo. 

La Centella ha rivelato infatti di essere indicata contro ulcere varicose, eczemi, ferite di varia natura, psoriasi, ma anche contro febbre, diarrea, amenorrea, affezioni della zona genito-urinaria, ulcere gastriche, ragadi, emorroidi e per favorire la circolazione, in particolar modo a livello periferico. Questo fa sì che la Centella venga impiegata in molti prodotti anticellulite, per contrastare la fastidiosa pelle a buccia d’arancia e i gonfiori, anche alle gambe, causati da una insufficienza venosa capillare.

Grazie alle proprietà della Centella sono stati ricavati anche prodotti che favoriscono il controllo del peso: riesce infatti ad agevolare il dimagrimento e a regolare il metabolismo. I preparati a base di Centella sono reperibili nei negozi di prodotti naturali e nelle erboristerie sotto forma di compresse, tavolette o estratti di olio essenziale, anche se è sempre fortemente raccomandato consultare il proprio farmacista, erborista o medico di base prima di integrare questi prodotti nella dieta quotidiana o nella cura del proprio corpo.

Sono state infatti riscontrate alcune controindicazioni nel caso di utilizzi eccessivi di questo prodotto come possibili rilasci della muscolatura uterina, fotosensibilità o interferenze in caso di diabete o allattamento. Bisognerebbe evitare assolutamente l’assunzione di Centella Asiatica in caso di ipersensibilità accertata verso uno o più componenti dei suoi preparati o in caso di terapie farmacologiche che prevedono l’integrazione di benzodiazepine o il trattamento con antidepressivi.