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Viaggi e benessere

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La regione dei Monti Dauni, nell’entroterra pugliese, offre molto ai suoi visitatori, a cominciare dalla sua natura epica, tant’è che prende il suo nome da un re leggendario, originario della Grecia. Sono ben 29 i comuni che la compongono e che offrono scorci naturali percorribili a piedi o in bici e affascinanti borghi medioevali da cui restare rapiti, soprattutto per l’imponenza delle loro cattedrali.

Ne troviamo un esempio a Lucera, dove lo stile gotico con influenze romanico-pugliesi si ritrova sia nelle costruzioni religiose che nell’anfiteatro romano, nella fortezza e nel palazzo nobiliare, e a Bovino, dove spiccano la maestosa S.Maria Assunta e il castello ducale. La storia riecheggia fortemente anche ad Alberona, antico feudo di cavalieri templari, e a Roseto Valforte, dove troviamo un notevole impianto urbanistico longobardo e un mulino risalente al 1388. A Pietramontecorvino troviamo un castello ducale di origine sveva dove una torre normanno-angioina del 1200 svetta in tutta la sua maestosità, affiancata da un salone riccamente affrescato, sede perfetta per cene a tema rinascimentale e sontuose cerimonie. Motta Montecorvino offre ai suoi visitatori la Chiesa di S. Giovanni con il suo campanile gotico, Volturino la Chiesa Badiale romanica e Volturara Appula una cattedrale del tredicesimo secolo. San Marco La Catola ci presenta la Chiesa di San Marco con il suo convento dei cappuccini, che ospita la Madonna di Giosafat, bassorilievo in stile tardo bizantino che i crociati liberati da Federico II avrebbero portato dalla Terra Santa.

Ma i Monti Dauni offrono molto anche per la loro gastronomia: Lucera è sede di un importante frantoio, Pietramontecorvino produce ottimi salumi e Orsara di Puglia e San’Agata di Puglia sono due piccole perle vanto della comunità di Slow Food. Da non dimenticare la caratteristica Troia, che oltre alle bellezze architettoniche non si può certo dimenticare per il suo famosissimo Nero, vino conosciuto in tutto il mondo.

Il Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi ha condotto una ricerca riguardante lo studio della felicità secondo i parametri sociali ed economici tramite un’intervista telefonica a cui hanno risposto 417 soggetti su territorio nazionale.

Rispetto all’utilizzo di  indicatori impiegati in passato da altri esperti, stavolta sono state formulate domande basandosi su fattori di felicità soggettiva degli individui normalmente considerati come secondari, come ad esempio aspettativa di vita, stato di salute, percezione di sicurezza, giustizia o buon funzionamento delle infrastrutture, in modo da concentrarsi su dimensioni intimamente personali che potessero racchiudere il senso del benessere spirituale e psicologico dei singoli.

Si è dunque riscontrato che i livelli di appagamento individuale sono fortemente condizionati da variabili come autorealizzazione – la sensazione di raggiungimento dei propri obiettivi, il supporto sociale – derivato da strutture tessute con la propria famiglia o i propri amici – e la qualità delle relazioni presenti in esso, oltre che la soddisfazione dei bisogni spirituali o religiosi. La stabilità finanziaria è risultata sempre un elemento importante, ma solo se correlata ai punti elencati in precedenza: per questa ragione si è notata una differenza davvero poco percettibile tra aree territoriali con livelli di ricchezza non omogenei.

Infine, una analisi cluster ha permesso di ipotizzare e delineare cinque gruppi di appartenenza che si caratterizzano per omogeneità di comportamenti e valori, da cui sono uscite considerazioni interessanti: ad esempio, le cerchie in cui si denota il più alto tasso di felicità sono quelle maggiormente radicate a livello religioso e di tradizioni, oltre che alla qualità del territorio e alla tutela dell’ambiente di riferimento, mentre per ciò che riguarda gruppi focalizzati su aspetti più immanenti, questi ultimi hanno fatto registrare livelli di felicità minori.

“I soldi non fanno la felicità”, recita un proverbio; eppure, per quasi la metà dei nostri connazionali, ci sarebbero delle prove ad affermare il contrario, magari per acquistare un biglietto per qualche destinazione più o meno lontana. I risultati, che lo dimostrerebbero, sono quelli di un questionario condotto in tutta Europa da parte di lastminute.com: il 48% degli italiani vorrebbe godersi di più la vita, ma non può farlo per colpa della poca disponibilità economica – per il 35% di essi – e per la mancanza di possibilità di viaggiare tanto quanto si sognerebbe di farlo – per un altro 27%.

Gli italiani sembrerebbero davvero tristi anche paragonati agli abitanti di altri Paesi d’Europa: secondo un paragone riscontrato con un’altra statistica individuata da OnePoll, che ha preso a campione irlandesi, francesi, tedeschi, olandesi, italiani, spagnoli, inglesi, scozzesi, gallesi e abitanti dell’Irlanda del Nord, solo un terzo della popolazione in Italia sembrerebbe sereno sul serio, mentre Olanda, Spagna e Paesi Bassi si piazzano sul podio dei più sorridenti.

Il 40% degli italiani vorrebbe raggiungere mete ancora inesplorate nella propria vita, mentre il 9% ritrovare posti conosciuti, anche in compagnia dei propri cari; l’importante, secondo il 18%, è semplicemente organizzarsi per pianificare le prossime ferie. Elena Galli, Head of Brand Marketing di lastminute.com, spiega: “Il nostro intento era assumere una posizione forte in relazione all’atteggiamento culturale odierno che vede la vita moderna piena di infinite distrazioni, ricca di tempo prezioso sprecato per cose che non sono realmente importanti. Il viaggio libera le persone da questo circolo vizioso e consente di riconnettersi con il meglio in ciascuno di noi“.

Bisogno che sembra essere più forte che mai: infatti, la gioia del viaggio scatena emozioni superiori anche rispetto a quelle date da una tavola piena di buon cibo – per il 13% degli intervistati-, dal calice di un buon vino – per il 4% di essi – o di un tête-à-tête – per il 20%.

Aosta deve gran parte della sua eredità alla sua storia: non a caso era denominata come la “Roma delle Alpi“, e molti monumenti dell’epoca sono tuttora presenti sul territorio; rientra quindi a pieno titolo come una delle città d’arte più suggestive d’Italia, nonostante sia solitamente associata a paesaggi invernali e dunque perlopiù alla natura.

In città è possibile visitare luoghi come il suo Anfiteatro, il Monumentale Teatro Romano – con una facciata di ben 22 metri, il Ponte Romano, l’Arco di Augusto e la Porta Praetoria, ma non solo; nel centro, accessibile solo come zona pedonale, si trova la piazza rettangolare dedicata a Émile Chanoux, martire della resistenza del periodo nazista, attorniata da palazzi storici e dai monti, con la statua dell’Alpino al centro della stessa. Le due fontane presenti simboleggiano invece i corsi d’acqua che scorrono attraverso la città: il torrente Buthier e la Dora Baltea. Su una facciata della piazza troviamo il Municipio, e al suo fianco l’Hôtel des États, molto famoso poiché in passato ricopriva il ruolo di sede del parlamento locale, subordinato al re.

Altre tracce della dominazione romana sono riscontrabili nel Criptoportico Forense e nell’area funeraria di Porta Decumana; il primo è strutturato da una galleria di marmo chiusa su tre lati, grazie alla quale il livello dell’area era ristrutturato in maniera regolare, e serviva a unire due templi dedicati alla triade di Giove, Minerva e Giunone e all’Imperatore Augusto, mentre l’area funeraria era utilizzata per dare riposo ai propri cari con notevoli corredi e oggetti ben rifiniti fino al periodo dell’Alto Medioevo. Nella stessa area sono presenti tre mausolei risalenti al IV secolo e i resti di una basilica paleocristiana.

La cattedrale di Santa Maria Assunta, la collegiata e il chiostro di Sant’Orso, il Fort Bard e la Basilica di San Lorenzo sono solo alcuni degli altri luoghi degni di menzione di questo piccolo ma incantevole capoluogo alpino, che riserva ai suoi visitatori tante storie, tutte da scoprire.

Unica, accessibile, trasparente, sicura, informata, preparata, connessa, digitalizzata, multi destination. Sono le parole chiave del progetto presentato da Intesa San Paolo a Palermo in occasione del convegno “Il Turismo in Sicilia: quali potenzialità”.

La Sicilia rappresenta molto bene alcuni aspetti fondamentali dell’ospitalità del nostro Paese, come ambiente, enogastronomia, cultura e mare; Pierluigi Monceri, Direttore Regionale Lazio, Sardegna e Sicilia Intesa Sanpaolo, è dell’idea che “bisogna dare valore e significato alla destinazione Sicilia, deve essere il motore di ogni azione programmatica e operativa. L’esperienza e la motivazione sono l’anima e il cuore del turismo 3.0”.
Secondo Intesa San Paolo, la Sicilia può essere unica valorizzando tutti i suoi punti di forza; deve garantire accessibilità, tramite un’adeguata offerta di infrastrutture connesse alla viabilità e deve essere mappata in modo che emergano tutte le sue potenzialità. Gli operatori del settore devono trasmettere preparazione e professionalità comunicando ottimamente tra loro, anche tramite la propaganda via web attraverso tutte le opzioni messe a disposizione dalla rete. Inoltre, bisogna spingere tutte le destinazioni possibili, senza dimenticare il turismo esperienziale.

Durante il convegno è altresì emerso un aumento dei turisti stranieri del 22,2% rispetto al decennio passato (2007-2017) e l’internazionalizzazione della domanda è stata stimata attorno al 49,3% nel 2017. Durante il 2018 la spesa dei viaggiatori nella regione è aumentata del 15,9% nel primo semestre e rispetto al decennio precedente le strutture da 4 o 5 stelle sono aumentate del 12,5%, con aumento di posti letto dell’11,3%.

Il nostro Paese è nella top 10 delle destinazioni del turismo mondiale, con l’Italia al secondo posto come brand per numero di ricerche su Google. Il brand Italia possiede un valore di 1.521 miliardi di dollari, quota aumentata del 45% rispetto a 3 anni fa. Segno eclatante che il turismo in Italia può davvero fare la differenza, in quanto strettamente collegato ad altri settori collaterali.

Famosissima per il suo porto aerostatico, da cui si tengono spettacolari raduni, è una piccola gemma posta sull’ultimo approdo delle terre delle Langhe. Parliamo di Mondovì, capoluogo della zona monregalese in provincia di Cuneo, e fondata nel 1198. Deve il suo nome a una fuga, poiché gli abitanti di Carassone, Vasco e Vicoforte, che mal sopportavano il Vescovo di Asti – loro signore, pensarono bene di lasciarsi il passato alle spalle e originare un nuovo centro abitato su un monte, chiamandolo Monte di Vico – poi abbreviato in Mondovì, per l’appunto.

Occupata in seguito dagli Angioini, dai Savoia, dai Visconti e Marchesi del Monferrato, da austriaci e da francesi, ritornò ad essere terra italiana – specialmente del Regno di Sardegna – nel 1815, quando Napoleone venne sconfitto. La cittadina ben conserva il suo passato storico, stretta nelle sue mura medioevali che si erigono sui rioni più a valle. La parte più elevata si può raggiungere con una funicolare, dove troviamo la Piazza Maggiore circondata dai portici; ai lati di essa sono presenti i palazzi del Governatore e della Sottoprefettura, oltre al Comune, al Palazzo dei Bressani e al collegio dei Gesuiti – insieme alla loro chiesa spiccatamente barocca. Quest’ultima, chiamata anche “La missione”, fu progettata dal Boetto nel 1600 e intitolata a San Francesco Saverio.

Nel centro della cittadina possiamo visitare il Museo Civico della Stampa e il Museo della Ceramica Vecchia di Mondovì, oltre alla Sinagoga del ‘700, alla Chiesa della Misericordia, alla Cattedrale di San Donato e al Vescovado, antica sede universitaria dal 1556 al 1719 con, al suo interno, arazzi realizzati da Van Den Hecke su progetti di Rubens del 1619. Dal giardino del Belvedere troviamo un pittoresco punto panoramico sovrastato dalla Torre Civica, mentre nel rione di Breo possiamo ammirare la Chiesa barocca dei Santi Pietro e Paolo con il “moro“, personaggio tipico del carnevale monregalese che si alza dal suo scranno per battere le ore. Non può mancare, per un souvenir, l’acquisto di una ceramica decorata con il simbolo del gallo, emblema della città.

L’ambiente in cui viviamo ha un impatto sulla nostra qualità della vita e sul nostro comportamento. Pertanto, a volte, possiamo iniziare a stressarci già dentro casa. Tenendo a mente questo rischio, ecco dunque un elenco di alcune modifiche che, se messe in pratica, possono promuovere il benessere nel nostro ambiente e dentro noi stessi. 

1. Costruire un angolo rilassante

E’ importante avere uno spazio progettato per attività rilassanti come la lettura o la meditazione, in mezzo alla frenesia della vita di tutti i giorni.

2. Porre elementi di natura nell’arredamento

Questo non significa riempire la casa di piante, ma una buona idea può essere pianificare uno spazio da utilizzare quando la luce del sole riempie l’ambiente. Un angolo lettura, ad esempio, potrebbe essere orientato in modo da sfruttare il più possibile la luce naturale proveniente dall’esterno.

3. Evitare la confusione

Il modo migliore per evitare questa sensazione all’interno è quello di approfittare delle finestre perché tendono ad ampliare l’ambiente. Quindi è importante tenerle pulite. Via libera, quindi, a sedie e poltrone vicino alle finestre e a una mano di colori vivaci alle pareti, che suggeriscono anche una sensazione di espansione.

4. Concentrarsi sulla circolazione

Questo è un aspetto importante in casa:  l’arredamento del luogo deve garantire gli spazi di circolazione e riposo.

5. Prestare attenzione ai materiali

Se si sta pianificando una nuova casa, vale la pena di pensare bene ai materiali. Metalli, granito e vetro sono molto robusti, mentre il marmo e il legno chiaro sono gradevoli al tatto e alla vista.

6. Combattere il ​​rumore

Se si vive in ​​una grande metropoli, il rumore può essere un fattore stressante. Se si può, preferire pareti e finestre insonorizzate. Se questo non è possibile, se ne si ha il modo, provare a mascherare il rumore con una piccola fontana d’acqua all’interno: il suo rumore calmo e continuo avrà un effetto rilassante.

7. Sbarazzarsi di oggetti non necessari

Anche se ci vorrà un po’ di tempo e impegno, il risultato sarà abbastanza positivo per il benessere. Liberarsi di cose non più utilizzate che finiscono per occupare spazio in casa, è un buon modo per liberare la mente.

Venezia è capace di incantare i suoi visitatori con uno scenario unico al mondo: i ponti, le chiese e i canali della sua laguna sono ben difficili da dimenticare, tra i campielli e le calli, le passerelle e le gradinate impreziosite nella loro cornice storica. Durante il Carnevale, poi, la città si riempie di una magia tutta propria: persino gli atelier in città si mettono a disposizione dei turisti che vogliono mascherarsi per vivere ancora più intensamente l’atmosfera tradizionale di festa. 

Un fine settimana in questa località può essere goduto fin dall’arrivo: prendendo il treno, si arriva direttamente sul lato occidentale del Canal Grande, alla stazione ferroviaria di Santa Lucia; il Ponte della Libertà, che collega quest’ultima alla terraferma, divide a metà la laguna e regala una visuale mozzafiato. Appena giunti, ci si trova direttamente nel sestiere di Cannaregio, il più popolato, e passeggiando su Strada Nova si può arrivare fino al ponte di Rialto

Presso il sestiere di Santa Croce troviamo invece le chiese di San Stae, in stile rococò, e di San Simeon Grande, custode di molte opere di Tintoretto, oltre al celebre ponte degli Scalzi. Se invece ci addentriamo nel sestiere San Marco possiamo camminare fino alla rinomata Piazza, dove si erge la Basilica della città dedicata al Santo Patrono, oltre al Campanile, alla Torre dell’Orologio e al Palazzo Ducale; facendo ancora due passi, non può mancare una foto ricordo sul Ponte dei Sospiri.

Per godersi appieno la vista dall’acqua, si può scegliere tra una lenta e romantica gondolata, o una pratica e rapida corsa in vaporetto. Si può godere così di tutto lo scenografico tardo gotico veneziano, tra numerosi palazzi e chiese, come Santa Maria della Salute o Cà Foscari, sede dell’omonima università fondata nel 1868. Come ultima istantanea, assolutamente consigliata una visita alla Riva degli Schiavoni, punto panoramico che si affaccia su tutta la Giudecca e l’isola di San Giorgio.

Questa perla pugliese che sorge a pochi chilometri dal mar Ionio e da Taranto, è stata abitata a partire dal X secolo a.C. e ricercata poiché i contadini della zona, attaccati dai pirati – secondo le leggende – trovavano nascondigli nelle sue cavità naturali. Altre voci fanno invece risalire i suoi primi abitanti a dei pellegrini provenienti da Nuoro che cercavano in Puglia un territorio per stanziarsi. Città regia nel 1200, Castellaneta fu poi conquistata dai fiamminghi e quindi da una serie di feudatari, per unirsi al Regno d’Italia nel 1800 quando Garibaldi fece visita ai suoi abitanti.

A chi si avvicina a questo territorio, la cittadina ha molto da offrire: il suo passato viene infatti mostrato dai tipici vicoli stretti e dalle architetture medievali del “paese vecchio”, mentre nel centro storico troviamo il Palazzo Baronale, il Palazzo Vescovile del Settecento e la chiesa di San Nicola, cattedrale del luogo, dalla facciata barocca e il soffitto intagliato in legno. Altri monumenti di rilievo sono la chiesa di San Michele, la chiesa di San Domenico, il Palazzo Sarapo, il Palazzo Catalano e l’ex convento delle Clarisse del XVII secolo, che custodisce il Museo Rodolfo Valentino, dedicato all’attore che ha regalato a Castellaneta il nome di “Città del Mito”.

Tra queste strade bianche anche la natura dice la sua, tra case a strapiombo, antichi palazzi di tufo, la semplicità del colle di Montecamplo e la vista panoramica da Punta del Carpillo. Sorprendenti i cunicoli e le grotte ipogee della Castellaneta Sotterranea, la Riserva Stornara e le spiagge da Bandiera Blu di Castellaneta Marina. Degne di citazione le spettacolari gravine del circondario, da quella del Porto e di Coriglione, fino alle Gravine di Santo Stefano e di Montecamplo. Le gioie del palato si riscontrano invece nella pasta locale fatta in casa, nei fiori di zucca, nella “far’nedd” – da non confondere con la farinata ligure – e nelle rinomatissime cozze alla tarantina.

Per chi ama immergersi nella natura incontaminata tra paesaggi campestri, spiagge dorate e cultura locale, la Valle del Belice è una tappa obbligata. Un’area collinare bagnata dall’omonimo fiume, che si estende in Sicilia occidentale tra Palermo, Agrigento e Trapani. Per lo più sconosciuto al turismo di massa, il  territorio del Belice custodisce una storia e prodotti agro-alimentari unici.

La Valle sin dalla preistoria ha conosciuto l’insediamento di popoli e culture diverse, dai Sicani ai Greci, ai Elimi e Fenici. Per citare un caso, a Marinella di Selinunte sono state ritrovate macine per la spremitura dell’olio risalenti al V secolo a.C.

Ancora oggi la produzione dell’olio è in piena attività, diventato poi a denominazione d’origine protetta grazie alla coltivazione della varietà di olive “Nocellara del Belice”, da cui si ottiene un extravergine unico dal colore verde e dal retrogusto piccante. Come per l’olio, dai vigneti rigogliosi si estraggono vini conosciuti e stimati in tutto il mondo, per primo il Nero d’Avola.

Accanto alle eccellenze non mancano però prodotti gastronomici meno rinomati, ma altrettanto tipici. Il pane nero di Castelvetrano, noto per la sua crosta scura cosparsa di sesamo e la mollica dolce di color giallo intenso. In provincia di Trapani e Agrigento troviamo la Vastedda, in Italia l’unico formaggio di pecora a pasta filata. Il nome deriva dal dialetto “vasta”, ovvero “guasta”, in quanto questo formaggio nasce dal tentativo dei contadini di recuperare il pecorino mal riuscito.

A Partanna si deve assaggiare la cipolla rossa, dal sapore dolce e dalle insolite dimensioni, a Gibellina il melone giallo, a cui è dedicata una famosa sagra, e a Menfi il carciofo spinoso, la varietà più vicina a quella selvatica. 

Tutto questo è solo una parte dei tantissimi prodotti e materie prime che offre questa terra, e che insieme alla sua storia, fanno della Valle del Belice uno dei luoghi più affascinanti da visitare in Italia.